Il mistero del facocero-berlusconiano affascinato dalla politica cabaret

Ai facoceri piace il cabaret. O meglio: i facoceri – cioè i potenziali elettori berlusconiani che quasi tutti nell’agone elettorale sembrano scansare – adorano il cabaret politico, godono quando la politica è ridotta a cabaret, ci si rivoltano dentro grugnendo di piacere. Anche per questo sono stati in passato e – chissà? – forse saranno pure in futuro elettori del Cavaliere, fuoriclasse dell’avanspettacolo. Le gazzelle democratiche, convinte come sono di rappresentare la parte giusta della savana, quella nella quale si lavora duramente alle magnifiche sorti e progressive, trovano in questa assoluta mancanza di serietà un’ennesima ragione di disprezzo per i suidi. di Giovanni Orsina Leggi Perché centro e sinistra non intercettano gli elettori del Cav., i facoceri
12 AGO 20
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Ai facoceri piace il cabaret. O meglio: i facoceri – cioè i potenziali elettori berlusconiani che quasi tutti nell’agone elettorale sembrano scansare – adorano il cabaret politico, godono quando la politica è ridotta a cabaret, ci si rivoltano dentro grugnendo di piacere. Anche per questo sono stati in passato e – chissà? – forse saranno pure in futuro elettori del Cavaliere, fuoriclasse dell’avanspettacolo. Le gazzelle democratiche, convinte come sono di rappresentare la parte giusta della savana, quella nella quale si lavora duramente alle magnifiche sorti e progressive, trovano in questa assoluta mancanza di serietà un’ennesima ragione di disprezzo per i suidi. Che ai loro occhi appaiono del tutto insensibili alla nobiltà, e capacissimi invece di lordare ciò che è massimamente nobile – la politica, appunto.
Gli etologi innamorati delle gazzelle, per parte loro, non possono che confermare: ai facoceri piace il cabaret perché si fanno guidare dalle parti basse (se non bassissime) del corpo, ben più che da quelle alte. Il Grande cabarettista, perciò, li ha stregati offrendo loro “il sogno del successo negli affari e nello sport, una vita buona e ricca”; perché “invece di parlare loro di argomenti politici, prima di tutto li diverte – e il divertimento è inestricabilmente legato alla ricchezza”; perché ha creato un “corpo fantasmatico sul quale l’immaginario collettivo ha potuto proiettare i suoi desideri più profondi”; perché è riuscito “a oltrepassare i filtri e gli schemi mentali di elaborazione ‘razionale’ della realtà per rivolgersi senza mediazioni al ‘bambino’ che è in noi”. A tal punto da rendere non “del tutto fantasioso immaginare che nel 2013 i ‘piccoli forzisti’ vadano a letto stringendo nella manina il medaglione di Silvio B., come facevano i piccoli Balilla con quello del duce nel 1935” (la profezia, rivelatasi un tantino fuori bersaglio – o magari no? –, è datata 2003).
Così, dunque, se guardiamo ai facoceri con i grandi e liquidi occhi bruni delle gazzelle. Se li osserviamo con sguardo di facocero, però, le cose potrebbero apparire alquanto diverse. Poiché di etologi che ci aiutino ad adottare un punto di vista suino ce ne sono pochi, per compiere questa operazione dobbiamo ricorrere a un personaggio alquanto improbabile – uno che con l’Italia e Berlusconi non c’entra proprio nulla: Michael Oakeshott (1901-1990), da molti annoverato fra i più importanti filosofi (conservatori) del Novecento. All’indomani della Seconda guerra mondiale Oakeshott scrisse un libro notevole che scelse di non pubblicare. Ritrovato fra le sue carte più di quarant’anni dopo, il volume è uscito infine nel 1996 con il titolo “The Politics of Faith and the Politics of Scepticism”.
Che cosa sono la politica della fede e la politica dello scetticismo? La politica della fede “ritiene che l’attività di governo debba essere messa al servizio della perfezione dell’umanità”. Ha un’idea chiara del bene e del male, è certa di sapere come possa perseguirsi il bene ed evitarsi il male, e cerca perciò di prendere saldamente il controllo della storia. Crede che la politica sia moralmente superiore a qualsiasi altra attività e che i politici siano “al contempo i servi, i leader e i salvatori della società”. La politica dello scetticismo invece non persegue affatto la perfezione. Ritiene che l’attività di governo non sia buona, ma necessaria a regolare le interazioni umane così da evitare che esse degenerino in conflitti. Non dimentica mai che gli uomini di potere sono fatti della stessa pasta umana di quelli sui quali comandano: “I governanti occuperanno una posizione onorevole e rispettata, ma non superiore a quella degli altri; e la loro caratteristica principale sarà che non pretenderanno di avere alcuna capacità divina di dirigere le attività dei loro sottoposti”.
Ma che cosa c’entrano la politica della fede e la politica dello scetticismo con il cabaret? C’entrano. La nemesi finale dello scetticismo, ci dice infatti la nostra guida albionica alla vita pubblica dei facoceri, è “la disposizione a ridurre la politica a gioco”. E il gioco non è soltanto il contrario della serietà, ma è un compagno paradossale (ironical companion) della vita di tutti i giorni: riflette dentro di sé le tensioni, la violenza e la serietà della quotidianità, ma solo come parodia (mockery) degli originali. E non solo: quando lo si riporta nella vita reale, il gioco riesce a mettere in dubbio pure la serietà di quella. Perché in fondo “nella mortalità niente è serio”. Una constatazione con la quale naturalmente le gazzelle democratiche non potrebbero essere più in disaccordo: la politica delle fede, infatti, è terribilmente seria.
La passione che i facoceri hanno per l’avanspettacolo si lega dunque al profondo scetticismo che essi nutrono nei confronti della politica. Certo, a suo tempo il Grande cabarettista promise loro che ci avrebbe pensato lui, che avrebbe risolto tutti i loro problemi: riuscì a generare fede nella politica dello scetticismo – o, se si preferisce, a politicizzare l’antipolitica. Da un lato, però, quei tempi sono ormai andati da un pezzo, dall’altro i facoceri in realtà non ci hanno mai creduto troppo (soltanto le gazzelle possono pensare che i facoceri siano tanto idioti da fidarsi davvero di un cabarettista, per quanto sopraffino). I facoceri ormai si sono dati al cabaret in maniera pura, disinteressata, senza aspettarsene nulla. Lo amano proprio perché è cabaret: denuncia fine a se stessa di quanto strutturalmente poco seria sia la politica, sbeffeggiamento di quei politici della fede che da centocinquant’anni a questa parte, prendendosi terribilmente sul serio, continuano a inseguire invano questo inconcepibile paese. Riuscendo però, in compenso, a rompergli mica poco le scatole.
di Giovanni Orsina